Se io ti dimentico, o Gerusalemme di Ritalaura Del Conte – RECENSIONE

Se io ti dimentico, o Gerusalemme di Ritalaura Del Conte – RECENSIONE

16 Febbraio 2026 0 Di rosa78gervasi
Book Cover: Se io ti dimentico, o Gerusalemme di Ritalaura Del Conte - RECENSIONE

Carissimi Book Lovers, oggi il mio cuore vibra di una commozione difficile da tradurre in parole. Mi sono imbattuta in una storia che ha il peso della pietra e la leggerezza di un sospiro, un racconto che affonda le radici nella nostra Storia più dolorosa per poi fiorire in una speranza tenace. In collaborazione con l'autrice, vi parlo di "Se io ti dimentico, o Gerusalemme" di Ritalaura Del Conte. Tenete i fazzoletti a portata di mano, perché questo romanzo, tratto da una storia vera, vi ricorderà cosa significa restare umani quando il mondo decide di diventare un inferno.

 

Scheda Tecnica

TITOLO: Se io ti dimentico, o Gerusalemme
AUTORE: Ritalaura Del Conte
GENERE: Romanzo Storico
CASA EDITRICE: Rosabianca Edizioni

PAGINE: 403
DATA DI PUBBLICAZIONE: 15 Gennaio 2026
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Trama

Roma, 1943.
Nel cuore del ghetto, l’alba si tinge di cenere: è il giorno del rastrellamento. Le strade si svuotano, i respiri si spezzano. Tre destini si incrociano nell’ombra, ignari che nulla sarà più come prima. Don Angelo Saponari, giovane parroco dal cuore inquieto, rischia tutto per salvare il suo amico ebreo, Yirme Vassura. Ma durante la fuga, una voce lo ferma: una madre disperata gli affida la figlia, la piccola Adele. Yirme stringe quella mano tremante e corre, senza sapere che quel gesto cambierà ogni cosa.
Deportato nei campi di sterminio, Yirme sopravvive all’inimmaginabile. Torna a Roma dieci anni dopo, quando il suo nome è ormai solo un ricordo.
Adele, divenuta donna, lo accoglie con uno sguardo che brucia di memoria e mistero.
Il loro incontro riapre ferite mai rimarginate. Antiche colpe riaffiorano, minacciando di distruggere ciò che resta.
In un intreccio di verità taciute e legami spezzati, Yirme dovrà affrontare il peso del passato per salvare il futuro.

 

Ambientato in una Roma del 1943, dove l’alba ha il sapore amaro della cenere, la narrazione ci trascina nel cuore del ghetto durante il terribile rastrellamento. Qui, tra le urla strozzate e il rumore dei cingolati, tre anime si legano in un nodo che né il tempo né i reticolati riusciranno a sciogliere.

La storia si apre con un gesto di coraggio puro: Don Angelo Saponari, un parroco il cui sacerdozio si fa carne e rischio, sfida la morte per salvare l’amico fraterno, Yirme Vassura. Ma la Storia, quella con la 'S' maiuscola, esige sempre un tributo. Durante la fuga, una madre affida a Yirme ciò che ha di più caro: la piccola Adele. È un istante, un passaggio di testimone tra la disperazione e la speranza. Yirme stringe quella mano piccola e trema, portando con sé il peso di una promessa che diventerà la sua ancora nel buio dei campi di sterminio.

La narrazione compie un balzo temporale di dieci anni. Yirme torna a Roma dopo aver visto l'invisibile, dopo essere sopravvissuto all'innominabile. È un fantasma che cammina tra i vivi, cercando di ricucire i lembi di un'esistenza strappata. Ma la città non è più la stessa, e nemmeno Adele. La bambina di allora è diventata una donna, e il suo sguardo è uno specchio che riflette colpe taciute e segreti che hanno covato sotto la cenere per un decennio.

In questo intreccio di vite spezzate, spicca la figura di Don Angelo, un uomo che porta sotto la tonaca il peso di un amore tanto puro quanto impossibile: quello per Alba. Il loro è un sentimento fatto di sguardi rubati e parole mai pronunciate, una devozione che non può trovare compimento in questo mondo, ma che alimenta il suo coraggio. È proprio l'amore per Alba, unito alla fratellanza per Yirme, a spingerlo oltre il limite. Don Angelo non salva solo delle vite; salva l'idea stessa di amore e sacrificio, rinunciando alla propria felicità terrena per diventare lo scudo di chi non ha più protezione. Il suo dolore silenzioso è una delle vette più poetiche del romanzo, un inno a quegli amori che restano eterni proprio perché irraggiungibili.

Ritalaura Del Conte usa una scrittura evocativa, quasi lirica, per scavare nelle ferite dei suoi protagonisti. Non è solo la cronaca di una sopravvivenza, ma un'indagine profonda sul senso della colpa e del perdono. Il titolo stesso, un richiamo al Salmo 137, diventa il filo conduttore di un uomo che non può dimenticare né le radici, né le promesse, né l'orrore. Il legame tra Yirme e Adele è narrato con una delicatezza struggente: è un amore che nasce dalle macerie, fatto di silenzi condivisi e di una memoria che scotta.

Mi sono sentita profondamente commossa dalla verità che traspare da ogni pagina. Sapere che queste vicende affondano le radici in fatti realmente accaduti conferisce al libro una sacralità unica. È un romanzo necessario per non dimenticare che, anche quando Gerusalemme sembra lontana e il cuore è in esilio, esiste sempre un filo di luce capace di guidarci verso casa.

 

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