Il mio vero nome è Elisabeth di Adèle Yon – RECENSIONE


Carissimi Book Lovers, oggi vi parlo di "Il mio vero nome è Elisabeth", un libro che è insieme un'indagine vera e propria e un grido di rabbia femminista, una lettura immensa che mi ha scosso fin dentro le ossa.
Scheda Tecnica
TITOLO: Il mio vero nome è Elisabeth
AUTORE: Adele Yon
GENERE: Biografia
CASA EDITRICE: Neri Pozza
PAGINE: 384
DATA DI PUBBLICAZIONE: 9 Giugno 2026
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Trama
Tutto ha inizio con un uomo di successo, ancora sano e di mente lucida, che si getta dalla finestra. Ha pianificato ogni dettaglio: l’affitto dell’appartamento a un piano alto, la lettera che dà conto di una premeditazione lunga cinquant’anni, le chiavi di un’auto con cinque libri e una fototessera nel portabagagli. La foto di una donna anziana, lo sguardo perso e due cicatrici tonde sulle tempie. La foto di Betsy, sua madre. La narratrice non ha mai conosciuto Betsy, morta prim’ancora che lei nascesse. Della sua bisnonna sa soltanto quel poco che si dice nella loro rispettabile famiglia cattolica. Era sempre lontana, ma qualche volta d’estate tornava. Chiedeva sempre di suo marito André. Diceva cose buffe, nuotava in modo scomposto. Ha avuto sei figli. Ogni tanto gridava. Si arrabbiava da morire. Era triste. Era malata. L’hanno lobotomizzata. È un fantasma. Ma a un tratto ricostruire la storia di Betsy diventa cruciale, una questione di sopravvivenza, l’unica arma per combattere il terrore di una follia atavica. Nessuno dei parenti parla volentieri: Betsy è un buco nero che, a più di trent’anni dalla sua morte, risucchia ancora ricordi, parole, vite. È un’autentica indagine a prendere corpo in queste pagine, con testimoni, referti medici, documenti privati e pubblici, una ricerca che procede con ostinazione e coraggio verso la sconvolgente verità finale. Romanzo famigliare, atto di resistenza, gesto di riparazione, tributo alla memoria, grido di rabbia, inchiesta sociale, manifesto femminista, storia della malattia mentale, true crime: Adèle Yon ha scritto tutto questo in un solo libro, che è un’autentica rivoluzione.

Tutto comincia con un gesto inspiegabile: un uomo di successo, lucido e sano, si getta da una finestra. Non è un impulso, ma un piano calcolato nei minimi dettagli da cinquant'anni. Nel portabagagli della sua auto lascia solo cinque libri e una fototessera. L'immagine ritrae una donna anziana con lo sguardo perso e due cicatrici tonde sulle tempie. Quella donna è Betsy, una bisnonna che la narratrice non ha mai conosciuto. Nella sua rispettabile famiglia cattolica, Betsy è sempre stata solo un fantasma di cui non si parla: dicevano che era malata, triste, che urlava. La verità è molto più feroce: è stata lobotomizzata.
L'aspetto che più mi ha colpito, e che mi ha fatto amare alla follia la struttura di questo romanzo, è come l'autrice costruisce il mistero. Non ci sono supposizioni, c'è un'ostinazione quasi scientifica. La narratrice si ritrova tra le mani quella vecchia fototessera e capisce che ricostruire la vita di Betsy non è più solo curiosità, ma una questione di sopravvivenza. Diventa l'unico modo per sconfiggere la paura profonda di una follia ereditaria, di un'ombra che sembra legare tutte le donne della stirpe. Ma i parenti non vogliono parlare. Betsy, a più di trent'anni dalla morte, è ancora un buco nero che risucchia le parole e inghiotte i ricordi.
La ricerca si muove tra testimoni reticenti, lettere private nascoste per decenni, documenti pubblici e referti medici spietati. Pagina dopo pagina, scopriamo i frammenti di questa bisnonna: una donna che ha avuto sei figli, che d'estate nuotava in modo scomposto, che cercava sempre il marito André e che a volte gridava perché la tristezza era troppa. Vedere come la medicina di un tempo abbia letteralmente cancellato l'identità di una donna attraverso la lobotomia è un passaggio che fa male, una denuncia sociale e medica che l'autrice solleva con una lucidità disarmante.
È un romanzo di famiglia, ma è anche un atto di resistenza contro l'oblio. È un manifesto femminista che ridà voce a chi è stata zittita con la violenza, e un gesto di riparazione verso una donna a cui è stato tolto persino il nome. La Yon scrive con il sentimento di chi vuole salvare qualcuno dall'oscurità, e ci riesce portandoci verso una verità finale che lascia senza fiato. Ho chiuso questo libro con i brividi e con le lacrime agli occhi, consapevole di aver letto un capolavoro necessario. Se cercate una storia profonda, vera e capace di scuotere le coscienze, dovete assolutamente leggerlo.
Non mi capitava da tempo di incontrare una storia capace di essere contemporaneamente un pugno nello stomaco e una carezza disperata alla memoria. È un romanzo che grida, che scava nel silenzio e che mi ha letteralmente conquistato per il coraggio con cui affronta la verità.
